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    July 27

    CHE IL GIGANTE SIA CON TE (TWIN PEAKS-stagione 2/episodio 1)

    Nella malefica notte che incupisce gli ambienti naturalisti del Great Northern Hotel, l'agente Cooper è disteso a terra presso la sua stanza d'albergo. Una persona non identificata gli ha sparato, ma lui si salva quasi indenne col giubbotto antiproiettile. Mentre sta perdendo sangue, entra l'inserviente rincoglionito che gli porta latte e conto da pagare, comprese le mance. "Io so chi è lei" dice e ripete quest'ultimo, facendo avanti e indietro come se non ne avesse abbastanza d'apparire demenziale con i suoi occhiolini e le sue idiote rassicurazioni. In seguito, appare davanti a Cooper la visione di un gigante che gli dà tre indizi enigmatici: c'è un uomo in un sacco che sorride, i gufi non sono quello che sembrano, senza medicine lui è perduto. Dopodichè l'agente ferito gli rende in cambio il suo anello, che riavrà non appena ha risolto i misteri legati alla morte di Laura Palmer. Intanto che il nastro della sua Diane continua a scorrere, Cooper ne approfitta per desiderare, in condizioni migliori, l'amore con una donna meravigliosa e un Tibet libero... Tutto ciò costituisce l'oscuro, memorabile e assurdo incipit della seconda stagione di Twin Peaks, dove la serie diviene se possibile ancor più mutevole e illogica nei termini di svariata inafferrabilità. Ogni circostanza abituale di quella cittadina sarà destinata a capovolgersi in atti estremi e paradossali, andando a braccetto con i loschi spiriti che serpeggiano fra gli accadimenti bizzarri della realtà e le ancestrali paure percepite negli anfratti dell'ignoto. Ma tornando alla prima puntata, tanto lunga da esser vista come vero e proprio lungometraggio, viene sancita una svolta nella cornice dei personaggi e nelle situazioni che si faranno sempre meno immediate nel corso dei 21 episodi successivi. Sopravvissuto all'attentato, l'agente Cooper scoprirà nell'ordine che Shelly Johnson è all'ospedale dopo essere scampata al rogo della segheria Packard in cui Catherine Martell (trovandosi lì in quel momento) sarà creduta morta, Jacques Renault rimarrà strangolato da chi lo ha ritenuto responsabile della morte di Laura, Leo Johnson finirà in coma dopo uno sparo ricevuto da Hank Jennings prima che facesse Bobby Briggs a pezzi e lo stesso Jacoby finisce in ospedale per un attacco di cuore causato dal colpo d'una misteriosa persona (la stessa che ha sparato a Cooper?), nel momento in cui Donna Hayward e James Hurley l'attirarono fuori dal suo studio. Durante questi 90 minuti, il tocco di David Lynch (che dirige) risulta inconfondibile sin dalle prime inquadrature ed è pieno di momenti in cui la sua cifra stilistica ha libero campo di muoversi tra mistero e grottesco: Leland che si risveglia con i capelli bianchi e ha smesso di frignare, mentre riscopre la felicità ballando; il cadavere di Jacques Renault avvolto in un grosso sacco nero...; l'agente Brennan che, dopo essersi centrato in pieno con un'asse di legno, va in apnea ma fa un ottimo lavoro ritrovando delle scarpe sospette di Leo; le prime visioni terrificanti avvertite da Maddy Ferguson; Josie che sparisce improvvisamente dicendo di ritornare in terra asiatica per motivi di lavoro; Donna che assume atteggiamenti da dark lady e la somiglianza sempre più inquietante di Maddy a sua cugina Laura; la signora Ceppo che sputa e attacca il chewingum nella tavola del Double R; il suggestivo resoconto di Cooper alla centrale su quanto successo la sera della morte di Laura, constatando la non colpevolezza degli iniziali indagati Leo e Jacques e l'esistenza di un terzo uomo che resta da scoprire chi é; la festa speciale in onore della famiglia Palmer con gli omaggi delle figlie del Dottor Hayward. Per non parlare di un epilogo davvero pauroso, immerso nell'incubo che testimonia il risveglio dal coma di Ronette Pulaski dove può trovar sfogo quel temibile personaggio-culmine della seconda serie, il demoniaco Bob. 
     
     
         
    July 20

    DEMONI INCANTEVOLI

    Ogni volta che penso a Little Hells di Marissa Nadler, immagino subito un ascolto immerso nelle frescure di sentieri boschivi non appena sopraggiungono le prime luci dell'alba. L'identità musicale d'una delle cantautrici più dotate e ammalianti del panorama contemporaneo, abbraccia scarne suggestioni neovittoriane unite all'etereo songwriting di brani sospesi tra antico e moderno. Nella sua diafana introspezione, la Nadler sfoggia abili tele d'autore su cui adagiare una vellutata voce dispensatrice di lividi romanticismi e languidi tormenti. Seguire le onde spettrali di Heart paper lover o le sconsolate ostinazioni pianistiche di The whole is wide, equivale a calarsi nell'anima più profonda dell'artista del Massachusetts. I capolavori del disco vanno comunque ricercati nel Folk celestiale e avvolgente di Little hells, che davvero sembra provenire da un'entità ultraterrena; nello stupendo singolo River of dirt, diretto e raffinato allo stesso tempo, ipotetica colonna sonora di un viaggio collettivo da trascorrere su un pullman esistenziale (come testimonia l'altrettanto memorabile videoclip); infine nelle crepuscolari elegie di Ghosts and lovers e Mistress, percorse da malinconie leggiadre e disincantate. A colpire sono anche gli inusitati metodi compositivi di Marissa, che arriva ad imbastire il curioso valzer post-moderno di Mary come alive, con i suoi puntigliosi giri di elettronica e l'incalzare vertiginoso della melodia, e la tenebrosa spirale di Loner. Caratterizzato da una forma sonora pressochè perfetta, Little Hells ha bisogno di almeno 4-5 ascolti per godere appieno della sua sostanza che, se assimilata con attenzione, si rivelerà magica. E necessaria. 
     
     
    July 13

    88 COSE PER CUI VALE LA PENA VIVERE

    Il Rock, il cinema, la Roma, gli amici, le ragazze, il divertimento, la salute, le gite occasionali, le lunghe chiacchierate nei bar, gli assolo interminabili di Frank Zappa in Willie The Pimp, le camminate solitarie e riflessive, i prati in fiore durante la primavera, i testi di Blonde On Blonde, le notti d'inverno, l'estate, il finale di Luci Della Città di Chaplin, le serate nei pub, le cene ai ristoranti, il periodo di natale, il videoclip di Thirty-Three degli Smashing Pumpkins, i quadri di Magritte, la fantasia sfrenata di Fellini, la parte finale di The Sprawl dei Sonic Youth, i negozi di dischi, Mia Farrow in Rosemary's Baby, i testi di Lungo I Bordi, le partite a pallone, i Mondiali ed Europei di calcio, Twin Peaks, il cinema autarchico di Nanni Moretti, "Heroes" di David Bowie, il tè preso a qualsiasi ora della giornata, il folle surrealismo di Salvador Dalì, la parte di Giove e oltre l'infinito in 2001: Odissea Nello Spazio, il gelato, la Sacher Torte, i tramonti, i concerti, Hai Paura Del Buio?, Roma, il 19 settembre, la quotidiana visionarietà di David Lynch, Big Fish, il Parco dei Mostri a Bomarzo, le sonorità deformi di Kevin Shields, le battute tra vecchi amici ritrovati, la scazzata vitalità dei Pavement, Blob, le nevicate, i Talking Heads, i valori della Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo, i sogni ad occhi aperti dei Cocteau Twins, le feste, i barboncini, i dialoghi di Pulp Fiction, le telecronache di Bruno Pizzul, la geniale comicità di Gene Gnocchi, le riviste musicali e sul cinema, la melodicità accattivante degli XTC, le cavalcate minimali e atmosferiche dei Mogwai, l'onesto sarcasmo giornalistico di Piero Torri, il mare, i film sperimentali in bianco e nero, la stima delle persone, l'orecchiabilità colta di Battiato, gli ultimi minuti di Apocalypse Now, gli interventi fuori sincrono di Enrico Ghezzi a Fuori Orario, il rigore di Totti contro l'Olanda, le canzoni del Battisti meno "popolare", le poesie di Rimbaud, gli Scritti Corsari di Pasolini, By This River di Brian Eno, i racconti di Sherlock Holmes, la libertà di parola, le Songs di Leonard Cohen, il viaggio del professor Borg ne Il Posto Delle Fragole, l'umorismo granitico di Clint Eastwood, Pet Sounds, James Stewart ne La Finestra Sul Cortile, la suggestione dei paesaggi, la calma assoluta, i ghigni sardonici di Jack Nicholson, le vittorie della Ferrari, il cioccolato, la coda conclusiva della Lucy di Nick Cave, i fedeli alla linea che non c'è, Gloria Guida negli anni '70, l'anima gemella...
    July 09

    CHIUNQUE

    Chiunque saprebbe, chiunque potrebbe amarti e inseguirti
    ovunque chiunque
    saprebbe potrebbe
    non ditelo qui

    Chiunque incontrandoti avrebbe il destino marcato da te
    e andrebbe di corsa a comprare un pensiero,
    un disco

    Chiunque saprebbe vestirsi da Zorro
    per presentarsi a te
    e gettare ai tuoi piedi i piani segreti
    del suo carnevale

    Ah, chiunque saprebbe
    chiunque potrebbe,
    chiunque

    (Paolo Conte)

    July 03

    E' "L'ALBUM" DEGLI WILCO?

    A due anni dalla sopravvalutata parentesi pastorale di Sky Blue Sky, la band di Jeff Tweedy si ripresenta con quest’album esplicitamente omonimo che vorrebbe fungere da corretto manifesto programmatico, dopo una carriera colma d’emozioni e meraviglie sempre diverse. Se cinque anni fa si rimaneva rapiti dall’eterna bellezza di Muzzle of bees, Handshake drugs o Wishful thinking, ora dovremmo accontentarci dei rassicuranti connotati easy listening di You never know, Country disappeared (un titolo a dir poco inequivocabile) e I’ll fight. Tutto ciò per dire che Wilco (The Album) non aggiunge né toglie nulla di quanto loro abbiano già espresso da Being There fino all’imponente A Ghost Is Born, pur risultando il lavoro più solare e disimpegnato dai tempi di Summerteeth ma senza, ahimè, la medesima originalità ispirativa. Eppure, le iniziali battute facevano intendere un concreto ritorno alle origini attraverso gli slanci maturi di chi non deve esporre alcuna ambizione: l’incipit di Wilco (the song) è pressoché identico alla bellissima Can’t stand it del ’99, ma possiede quel leggero equilibrio d’armonie che permette al brano di apparire spensierato al punto giusto. E dinanzi una splendida ballata come One wing viene quasi spontaneo gridare al miracolo, diventando partecipi d'un prodigioso incanto nello stile dei migliori Wilco; tra le più belle canzoni dell’anno già da adesso. Poi c’è l’occasionale ritorno alle sottili inquietudini ed agli pseudorumorismi conclusivi in Bull black nova, resa asciutta dalla contenuta vivacità del dopo-O’ Rourke. Il duetto con Feist nella romantica You and I, risulta piacevole e consigliato a chi vuol dedicare una buona serenata al proprio amore. Nel resto della tracklist, fatta forse eccezione per i raccoglimenti acustici di Solitaire, mancano quei sussulti che era lecito aspettarsi da Tweedy e soci. Ora sembrano voler proseguire a colpi di classic-rock diligente e nostalgico. Quindi, alla domanda dell’intervento non possiamo che rispondere: assolutamente no, non è “l’album” degli Wilco. È un lavoro comunque discreto, di certo migliore se l’intero livello qualitativo fosse stato simile alla prima parte. Tanto gli elogi unanimi della critica (e degli appassionati) non tardano mai a farsi vivi…